TUTTA COLPA DI FATO – storiaccia

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* Fato e Mea *

Sono davvero molto felice di essere tornata a scrivere qui, e di potervi regalare (di poterci regalare) sempre nuove Favolesvelte!

In questi giorni sto pensando al procedimento alchemico come metafora della scrittura. Ogni nuova storia, ogni progetto che nasce è un incontro creativo tra istanze opposte. Così come avviene nel laboratorio dell’alchimista, tutto ciò che si genera nella nostra mente occorre, ovvero avviene per mezzo di un avvicinamento di differenze. Può essere guerra o amore, battaglia o bandiera bianca, ma l’importante è saper dosare le distanze, un po’ come cerco (sperando di esserci riuscita) di dire in questo articolo sulla rivista Niedern Gasse: IL SIGNOR VENERE (Monsieur Vénus) – sulla scrittura, sul mercurio, sul volatile e sul fisso – http://www.niederngasse.it/rubrica/99

Ed ecco, mettendo insieme due elementi opposti, quali ad esempio Fato e Colpa mi nasce una storiella, anzi una storiaccia che parla di…

C’era una volta un bambino di nome Fato.

Per canzonarlo, i compagni di scuola lo chiamavano Fatino, come il Fatino Turchino, mentre i professori si sbagliavano sempre e gridavano “Fatto!” ogni volta che facevano l’appello, o “Misfatto!”, se una banda di monelli combinava un guaio durante le ore di lezione.

Fato era triste perché nessuno dei suoi compagni voleva giocare con lui. Qualcuno lo chiamava in causa solamente per dargli la colpa dopo una marachella:

“Tutta colpa di Fato, se il quaderno dei compiti è ridotto in cenere! Io ero distratto quando lui s’è messo a giocare con i fiammiferi.”

“Ma no, signora maestra: è stato Fato a far cadere Pinuccio, non sono stato io! La mia gamba si è mossa involontariamente, ma è stato Fato a spingerlo per terra.”

Insomma, per il povero scolaro la scuola era diventata peggio di un incubo. Non che le cose gli andassero meglio a casa o in città. Parenti, amici e conoscenti lo additavano in continuazione, lo insultavano e se la prendevano con lui attribuendogli la causa di qualsivoglia problema.

Povero, piccolo Fato. Persino la sua mamma gli gridava contro: “Maledetto Fato! L’arrosto è da buttare! Mi ha telefonato la Maria e non ho sentito la puzza di bruciato!”

Un giorno che era particolarmente triste e se ne stava lì seduto sconsolato sopra un muretto – perso nel dilemma: “Mi butto giù o non  mi butto giù?” – gli si avvicinò una bambina.

Dal momento che anche lei non sembrava una tipa molto allegra – in effetti, stava piangendo a dirotto – da personcina sensibile qual era, e aspettandosi, come sempre, un’attribuzione di colpa da parte della nuova arrivata, Fato se ne preoccupò immediatamente, dimenticando per un attimo il desiderio di farla finita.

“Chi sei?” – domandò.

La bambina tirò su col naso e lo guardò con due bellissimi occhi lucenti e neri: “Mi chiamo Mea. Mea di nome e Culpa di cognome. Facciamo amicizia?”

E così fu: amici e compagni di vita, sostegno l’uno dell’altra. Se qualcuno osava dire: “Colpa di Fato!”, la piccola Mea saltava su come una molla e bastava un suo sguardo a zittire il malcapitato di turno. Se qualcun altro non riusciva a smettere di piangere, accusando se stesso di tutti i malanni del mondo, gridando: “Mea Culpa! Me tapino!” – ecco che Fato si dava da fare e con un sorriso di qua e una pacca sulla spalla di là faceva sì che ogni dolore si mostrasse in un’ottica diversa, più equilibrata.

Dal giorno in cui si incontrarono, i due bambini divennero inseparabili, ma così inseparabili che poi, da grandi, decisero di mettere su casa ed ebbero tre figli: Libero, Sincronico e Non Lo So.

 

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