NOVE VITE – prosa riflessiva e riflessi poetici

Fotografia di Chiara Liverani – Ritatto dell’autrice con le sue Favolesvelte, Golem Edizioni.

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La parola fa capolino dalla mia testa, spunta dai capelli, prende il volo dalle ciglia. Si deposita per un attimo sul seno – tenta di estrapolare un nesso, prova ad estrarre una goccia di senso. Fluido sensibile, stream of consciousness, si blocca, si intimidisce.

La pelle irritata è brivido fugace: l’apparenza corrisponde al non detto? Tra le righe appaiono le rughe? Scrivere a penna nel reticolo che mi fa me, che mi fa quella che sono. Fa freddo, fa caldo: il clima segue il flusso dei pensieri. Squarci di rosso nel verde fosforo, i grigi metallizzati. Chiara punta l’obiettivo sul disegno e ad ogni scatto io rifletto sulle mie rigidità.

Uno, nessuno, centomila pirandelliane Valeria si sono avvicendate nel corso degli anni. Ad ogni gestazione di coscienza seguiva il parto difficoltoso dell’Io. A volte erano aborti di me stessa: avrei voluto evolvere, migliorare, comprendere meglio… ma restavo fissa. Più spesso, giorno dopo giorno ad un modus operandi obsoleto seguiva un’altra gestazione, una donna con qualcosa di “nuovo” fuoriuscita ad ogni giro di luna (l’Una) dalla stessa Grande Vagina della divina creatività. L’alchemica faccenda che ha nome Opus mi riguarda da dentro, più che da vicino.

Quante volte sono rinata dalle ceneri nel mio mondo interiore e quante vite ancora ho a disposizione? Se fossi come il gatto della mia filastrocca, di certo ne avrei ben nove.

NOVE VITE

Una favola dedicata al gatto, che è il miglior amico di se stesso ma anche dell’uomo capace di accoglierne la meravigliosa vitalità.

La prima vita l’ho vissuta da gran guerriero

cacciando topi giorno e notte nell’Eocene;

della seconda ricordo pranzi succulenti e cene

e le carezze di Cleopatra al dio che ero.

La terza vita è stata invece un po’ più dura

scarso il vitto, precario era l’alloggio –

d’altronde una strega mi forniva appoggio

almeno così m’han detto, ma è storia oscura.

Della quarta mi ricordo ancora meno:

manco il tempo d’aprire i verdi occhi

di grattar via due pulci e tre pidocchi

che ero già morto stecchito in un baleno.

La quinta è stata davvero molto bella

nei saloni della corte servito e riverito

il pittore che prendeva le misure con un dito

per cogliere il mio sonno tra le braccia dell’ancella.

La sesta vita l’ho trascorsa marinara

come mascotte di un famosissimo pirata

peccato il cibo, a volte solo una patata

ma poi le feste per gli assalti alla tonnara.

La settima vita non mi ha disturbato

mentre la guerra imperava dappertutto.

Dei giochi umani io mi godevo il frutto

fino al giorno in cui una bomba mi ha beccato.

L’ottava volta cominciavo a esser stanco

guardando il fondo della ciotola pensavo

ai tempi antichi dell’eroe che ricordavo

al coraggioso che nei bar teneva banco.

Ora sono qui con te, ed è la nona

storia di fusa senza darmi poi da fare

disteso al sole guardo dritto oltre il mare

sperando che il tempo me la mandi buona.

 Valeria Bianchi Mian

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