I RACCONTI DEL CAPPELLO/Terra! Terra! – (Ode a Genova)

Come un tema in classe, come una lettera scritta a mano.

L’idea di partire per Genova mi solletica il Puer creativo, il fanciullo psichico nostalgico, il navigatore cocciuto e indefesso con quella voglia di porto che non si realizza mai. L’Ulisse interiore mi fa ciao con la mano. E’ l’eterno pirata, l’errante che solca i mari dell’inconscio e mi sbaciucchia con l’alito che puzza inevitabilmente di salsedine, di pesce fritto, di rum.

Il lobo frontale mi sfrigola come un legno arso dal fuoco sulla spiaggia di un isolotto, balla come un veliero ancorato solo temporaneamente; la corteccia entorinale – quella impegnata nell’analisi degli stimoli olfattivi – è tutta in fibrillazione. Io mi ricordo perfettamente gli odori di Genova e i suoi profumi, anche se non la visito da almeno dieci anni.

Partecipare a un evento organizzato da Maria Pia Altamore e Roberto Marzano, per poi ritornare a Torino in compagnia di tanti poeti mi risveglia atmosfere da gita di classe. D’altronde, i poeti in questione sono un discreto numero di personaggi legati all’ambiente dello Slam, son gli stessi che ritrovo ai reading organizzati dall’uno o dall’altro a Torino, sono anche un poco amici e amici di amici.

Mi alzo. Accendo il gas sotto la caffettiera e mi parte la penna, attaccata alle dita della mia mano sinistra; la penna va da sé, scivola come un fulmine sopra il foglio. Dò vita a quanto segue:

A Genova – a mia discolpa scrivo subito
“ero giovane”
ho avuto un paio di amorazzi
un amoretto impiastricciato di bellezza
e qualche orrore trasversale mascherato.
Sempre in transito
un giorno o due
un albergo per poi andare altrove – oppure
una visita, una serata, un’occasione.
La camera con le persiane rosse
la passeggiata solo un’ora che poi parto
il ristorante cool e le sue corse.
Mi si rimescola quel tutto col caffè.
Bevo, sa di passato.
Ho il treno tra poco.

Ho accolto tra le braccia la nostalgia delle scuole medie. La scrittura breve, la traccia, il pensierino. Ho coccolato persino una certa malinconia puerile per il diario cartaceo, per la Smemoranda così piena di parole, di foglietti volanti, di ritagli, di fotografie. La nostalgia si è snodata strisciando intorno al collo, tra le labbra con la S della serpe; ha sussurrato, insinuandosi tra le dita, le sue sillabe e ha fatto razzia di sinapsi nel cervello e di sensazioni sulla pelle, nello stomaco, lungo la schiena.  Al che, esausta, sono partita.

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Ed eccomi sul treno con Enrica Merlo, coetanea dai capelli biondo latte e fosforo, bianco “alieno” (come direbbe Max Ponte), neve intonsa. Ci appropriamo di quattro sedili nel vagone quasi vuoto ed è subito atmosfera da favole. Ci scappa pure l’intervista radiofonica per il canale di Enrica: http://www.spreaker.com/user/gatti.poesie.e.matite.colorate

La nostalgia sparisce tra i flutti ed è chiaro: mi tuffo, pesco pesci argentati non appena i miei occhi incontrano quelli di Ariel, l’amica con la quale abbiamo appuntamento in stazione. Non c’è dubbio alcuno: Genova mi ha regalato un incontro su misura d’anima con la spontaneità, nonché la miglior guida in carne e ossa che potessi desiderare.

Ariel è un’artista che crea gioielli originali e sa tutto della città, dei suoi meandri: lei ci conduce ovunque in sole tre ore. L’intrico di vicoli, i dettagli di pietra, le transessuali chiamate per nome, i colori, i racconti delle bagasce e il riempimento del porto, gli stoccafissi appesi a tenda nell’interno di una bottega, i battiporta mostruosi, quello specifico angolino in quella piazza speciale, le gocce di rosolio in tinta pastello, le pagine di storia narrata come solo un’incarnazione del genius loci può fare.

Al nostro trio femmineo e quasi misterico si aggiunge un uomo o, forse, un essere umano e fiabesco fuoriuscito dal mare. Pietro, detto Peu, è un ex marinaio che ci accompagna di pietra in pietra, di piazzetta in piazzetta materializzando lo spirito dei Doria e dei Savoia, di Colombo e del Basilisco, del Doge e dei musicisti, degli scultori e della Madonna delle Vigne, del latte e delle edicole arrampicate sopra i muri dei palazzi.

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Ho gli occhi e il naso e la testa in danza con le onde del mare quando approdiamo, Enrica ed io – sempre transitoriamente, s’intende – al Dopolavoro Ferroviario per il reading poetico “Binari In Versi”. Ed ecco… mi vien da cantare. Improvviso, accompagnata alla chitarra dal prode Marzano, una ballata da circo dei freak: “L’uomo con la gobba sulla fronte” (dalle mie Favolesvelte, Golem Edizioni).

L’UOMO CON LA GOBBA SULLA FRONTE

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Foto Selene Parisi

Non è finita qui, no. Sono a terra e a terra c’è un mare di possibilità da esplorare. I poeti declamano, performano, recitano, cantano e suonano le loro opere nella stanza e poi, non paghi, proseguono sul treno. Organizziamo insieme, al volo, al rapido passaggio, all’istante, un reading itinerante. Salvatore Sblando, Ennio Onnis, Bruno Rullo, Max Ponte e la sottoscritta giocano a suon di versi per tutto il viaggio, tra le risate e le proteste della fantastica Aurelia Onnis, moglie e compagna dell’artista Ennio.

 Fotografia – apri il link: POETI SUL TRENO

Vado a dormire soddisfatta, come una bambina al ritorno da una gita scolastica più piacevole del previsto. Il mio Puer creativo si gode lo sciabordio dei sogni e la luna piena.

 

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