I RACCONTI DEL CAPPELLO/Eros

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“C’è una freccia conficcata nel cuore del buio, c’è una picca.”

La madre alza il dito indice, traccia un percorso verso Nord. Falange tesa a indicare – appunto – il punto preciso nel quale, a suo avviso, Eros dovrebbe andare a colpire per cominciare a vivere.

“Mira laggiù, tesoro, se vuoi far innamorare le anime, per infiammare la storia.”

Il padre del giovane dio, per contro, va affilando una spada. Alza gli occhi al cielo, ipotizzando eserciti di nuvole – arcani invasori. “La guerra non è mai un gioco” – sussurra Ares, ammirando nel contempo l’energia vitale di Eros suo figlio.

Il bambino sorride ai genitori, prende spunto da entrambi.

E DA NESSUNO.

Verrà il giorno della partenza. Eros se ne andrà, armato solo di un arco e di una piccola faretra ricolma di fecce, intonando una canzoncina.

Avrà un amore smodato per la libertà di mirare ai bersagli che non conosce, una curiosità giocosa per il volo misurato tra il Destino e la Scelta.

Il che non significa ignorare gli insegnamenti dei propri genitori, bensì trarne le essenze più fini e tradurle nel terzo inaspettato. Terzo non dato, futuro oscuro, voce tra i due, opera nuova.

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3 pensieri su “I RACCONTI DEL CAPPELLO/Eros

  1. Hai toccato una problematica a me cara! Più cresco e più mi rendo conto di essere quel terzo inaspettato. Somiglio vagamente ai miei genitori e a chi, in altri modi, mi ha insegnato qualcosa. eppure sono…”inedita”! Per chi educa è difficile accettarlo.

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