IO E IL DISEGNO – racconto in breve

Collage poetico | Valeria Bianchi Mian

Quando Suor Maria Nives se ne andò, lasciandoci in balia del dubbio, non piansi. Sarà andata via perché lo desiderava lei stessa oppure la grande congrega delle sorelle ‘serve di Maria’ l’aveva richiamata all’appello, riportandola a Roma, città dalla quale, se ben ricordo, era partita? Forse Milano era troppo fredda per lei, a dispetto di quel nome da Biancaneve. Mille domande affollavano la mia testolina ma di lacrime nemmeno l’idea.

In compenso, quando Suor Maria Nives se ne andò, io non disegnai più. Mi rifiutai di dar voce e tratto, volto e presenza alla mia mano sinistra. Mancina, figlia di un padre mancino ‘corretto’, costretto a scrivere con la destra perché il mancinismo era considerato un dono del diavolo, ero dotata della stessa creatività spontanea che caratterizzava il mio genitore. Suor Nives l’aveva capito, aveva colto il mio daimon, apprezzando ogni scarabocchio prodotto dalla sua allieva prediletta. Mi portava a spasso lungo i corridoi mostrandomi affreschi e icone sacre. Illustrava alle altre maestre i miei prodotti come se fossero dipinti degni di attenzione e lode. Mi decantava.

Quando se ne andò, io non ne fui informata e non ne seppi nulla fino al mio rientro sui banchi di scuola. Trovai un’altra maestra, decisamente indifferente all’arte. Mi eclissai. Mi addormentai. Ero stata abbandonata: mi sentii delusa, ferita, arrabbiata. Se in prima elementare ero fiorita, arrivando ad apprezzare lo studio e l’impegno, in seconda divenni intellettualmente amorfa, spenta, svogliata.

Moltissimi anni dopo, in un pomeriggio di primavera andai a visitare l’istituto scolastico della mia infanzia e rividi Suor Maria Nives. Ero in procinto di laurearmi in Psicologia all’Università di Torino e tornavo raramente a Milano ma, quando mi veniva l’ispirazione, mi recavo sui luoghi del ‘delitto’, punti chiave e snodi della mia infanzia. Quel giorno mi sentivo particolarmente ispirata: senza alcun avvertimento citofonai e mi fu aperto. Le aule, il giardino, l’area giochi: tutto era rimasto come allora. Una suora allegra e giovanile correva dietro a un gruppo di bambini. Quando si voltò la riconobbi subito. Non perse tempo. Nives, perché sorridendo mi venne incontro e dopo pochi istanti comprese. Si rammentava tutto ma proprio tutto. Era felice di vedermi e con mio disappunto (temporaneo) completamente priva di sensi di colpa. Perché avrebbe dovuto sentirsi in difetto? Le sorelle, spose di Cristo, non godevano di legami terreni. Andavano e venivano come il vento, come Mary Poppins, come le nuvole e il sole, come la pioggia. Chiacchierammo a lungo, ricordando gli anni Settanta. Da quel giorno, non mi feci più alcun problema nei confronti dell’arte: se non erano gli altri a portare il peso degli eventi, perché avrei dovuto accollarmelo io?

Mi fidanzai con alcuni creativi, tra i quali un architetto colombiano particolarmente dotato nel disegno, che fece il tifo per la mia liberazione espressiva. Mi supportò e coinvolse nell’attività di sketch, tanto da farmi dimenticare gli ostacoli. Il tempo a mia disposizione e una certa tendenza alla svalutazione di questo lato della mia personalità continuarono a dimostrarsi nemici o, per lo meno, fastidi, ma posso affermare oggi con una certa convinzione che non intendo lasciare da parte la Valeria illustratrice.

Dopo aver vivacizzato tre dei miei libri – “Favolesvelte”, “Una casa tutta per lei” e “Vit(amor)te” – con figure in bianco e nero e a colori; dopo aver prodotto un piccolo mazzo di arcani maggiori; dopo aver intarsiato una bella antologia per la quale non ho svolto altra attività che quella di illustratrice, che piaccia o no agli altri mi dichiaro tracciatrice seriale.

Amen.

Valeria BM

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