IL SEGRETO DELLA NONNINA – mitologie

Oh, nonnina, il tuo profumo di naftalina, d’armadio tarmato, il tarlo del fare la calza a maglia, quattro ferri in movimento intorno al centro, ed ecco il cerchio si crea in mille colori, il tubo di lana diventa spirale nel tempo che fu.

Oh, nonnina, se tu fossi ancora viva oggi compiresti 127 anni – e invece sei mancata al respiro nel tuo letto a 107, dopo un mesetto d’agonia leggera, fluttuavi nella dimenticanza chiacchierando con la Madonna dalle scarpette azzurre.

Nonnina, di te ho già parlato, ho scritto poesie sul tuo sguardo d’argento, mitologie – carpire il segreto del tuo sorriso, l’esercizio della bellezza, la professione del credo in un solo momento, creatore dell’ora e del qui.

Le regole per vivere a lungo sono scritte nel sangue e nel vino: minestrone a pranzo, mezzo bicchiere di rosso, una preghiera a quel che vuoi tu, poche riverenze – ti è bastata la schiavitù del nutrire i tedeschi con il latte dei tuoi sette figli.

Chiudo gli occhi e sei qui con me. Dici “la mì Valeria” e mi baci la guancia. Tintinna la margherita d’oro che pende dal tuo lobo di antichissimo neonato, sull’onda delle iridi color acquamarina; scivola il mio amore dal nasino all’insù, si accoccola tra le pieghe minuscole del tuo viso.

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PICCOLO SOLE – il nuovo anno

Piccolo Sole è nato e rinato, ormai al Capodanno ci si è abituato.

Piccolo Sole sta allo Zenith volentieri, così come ci stava ieri, e canta e saltella emozionato – d’altronde un nuovo anno è appena arrivato.

Piccolo sole conta le ore, gioca in altalena con sorella Luna: adesso tocca a me, del cielo sono il Re, stanotte la Regina sarai te!

Piccolo Sole diventerà più grande, correndo verso estate sempre in tandem con Luna ballerina, ed è un amore strano ché i due stanno vicini e si tengono per mano ma figli non ne fanno, a parte questo moto che in se stesso si rinnova a ogni nuovo anno.

Una favolasvelta di Valeria Bianchi Mian

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FAVOLA ANTIRAZZISTA – un moretto di E. Hoffman (1809-1894)

Sfogliando i volumi de l’Enciclopedia dedicata ai Ragazzi, edita da Arnoldo Mondadori negli anni ’40, una bella dote transgenerazionale ricevuta dal ramo Mian della mia famiglia, scopro sempre nuove filastrocche e favole scritte da autori più o meno irriverenti, create nel passato ma ancora piuttosto attuali. Prendete questa, ad esempio. Si intitola “Il moretto” e nasce dalla fantasia di un certo Enrico Hoffman, ottocentesco medico tedesco, autore – tra le altre rime – di “Pierino il porcospino”, personaggio piuttosto noto. Il dottore in questione si divertiva a raccontare storielle ai bambini, per dilettarli ma anche per educarli alle regole della buona convivenza.

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Più nero della pece e del carbone

va passeggiando al Sole un morettino

che però tiene aperto l’ombrellino

per via di non guastar la carnagione.

Ed ecco verso lui Gigi s’affretta

spiegando al vento la sua bandieretta;

ecco Maso col cerchio e, più lontano,

ecco Pierin con la ciambella in mano.

E gridan tutti e tre: “Ma questo è un mostro

che è tinto con la pece e con l’inchiostro!”

E senza punto garbo né rispetto

danno la baia al povero moretto.

Ma il gran mago Niccolò

vide il caso e si sdegnò.

Prese un grande calamaio,

venne e disse: “A questo guaio

rimediar presto bisogna.

Via, ragazzi, è una vergogna

canzonare quel moretto!

Ma che colpa ha il poveretto

se la pelle scura scura

ha sortito la Natura?”

Ma nessun si dà pensiero

del rimprovero severo,

e del mago alla sgridata

fanno tutti una risata.

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Disse allora Niccolò:

Ben pentire vi farò!

E allungando le gran braccia

i tre bimbi per la faccia

in un attimo agguantò

nell’inchiostro lì tuffò,

e li tenne fermi e stretti

nonostante gli sgambetti.

Poi li trasse e disse: Andate!

ora al moro somigliate;

anzi, a dirla qui fra noi,

i più neri siete voi!

Mogi, mogi, scorbacciati,

neri neri diventati,

vanno i tre dietro al moretto,

con grandissimo dispetto.

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NEVE – una fiaba

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C’era una volta un volto

dietro la tenda scura.

C’era una volta un bimbo

chiuso nella paura.

Si era d’inverno e triste

la casa silenziosa

fredda sulla collina

stava come una cosa

che non osasse alcuna

storia che, se comincia

poi non finisce all’una

quando la mezzanotte

passa da un pezzo, lenta

e Luna nella botte

cade – che non è attenta.

Neve copriva tutto

dentro il nevino acceso

sopra il camino – un botto

ora di colpo ha rotto

il tuo nevino assorto

ma il bimbo non è morto.

Cade la neve lenta

fin nelle fondamenta

di storie da narrare

dai monti fino al mare.

La neve cade piano

il fiume va lontano

scorre via dal nevino

ridesta quel bambino.

Sogno di primavera

sarà domani a sera.

Valeria Bianchi Mian

 

IL VISIONARIO ILLUSTRATO – N/Z

Seconda e ultima parte de “Il Visionario illustrato dalla A alla Z”: dire, fare, baciare, lettera e testi di un animo errante.

Di Valeria Bianchi Mian/ALL RIGHTS RESERVED

12./N – NOISE (MUSIC FOR A NOTEBOOK)

N – Enne è la mia palindroma
ennesima giornata a Guernica
enne volte sto a rimaneggiare
lo sguardo d’umano demonico.
N – Enne il mio amore in eroma
disarmonie su carta di giornale
le madri africane in sala parto
e quella che muore anche a Torino.
N all’ennesima prepotenza
del dare luce alla prematura
donna bambina, Eva futura
mentre il respiro dell’im-permafrost
è saltare in aria nucleare
è cialtronaggine universale
è il mito Blade Runner nelle sale
– presente distopico tipico
miro all’eroe androgino androide.
Noise per un notebook, enne alla N
‘stridor di denti’ inferno terreno
ché io piango sempre dentro il caffè
giro le pagine e perdo il treno.

13./O – OSSESSIONI

Quando un’ossessione mi coglie preparata, l’accolgo per scoprire il regalo che mi porta. D’altronde il Visionario conosce la visione prismatica del senso in cinque sensi, e del sesto occhio aperto sulle nebbie che diradano soltanto se le osservi.
Quando un’ossessione mi batte nella mente, apro al desiderio un po’ invadente. Metto su il caffè e parlo non del niente ma del significato che nasconde il mio presente.

D’altronde il Visionario comprende la visione del film che sta scrivendo e a se stesso no, non mente.

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Ph. Maura Banfo – la mia mano

14./P – POTHOS

Photos di Pothos (che non è “foto” ma “nostalgia”). È il mio errare, un’elegia hillmaniana dalle mani rosse, l’errore dei petali strappati anzitempo, lo scatto impresso nella memoria.

Dentro mi porto un mare di “se fosse stato”.

Cerco di dimenticare, mi cerco, ché chi cerca, se c’era, si trova.

Se avessi frequentato un liceo artistico, anziché diplomarmi in lingue: di serpe, di donna, medicamentose lingue poetiche, Coleridge e Wordsworth – ‘words worth’, perché ne vale la pena e si ritorna al punto di partenza.

O vecchio, vecchio marinaio! Tiger, tiger, burning bright nel mio Sturm und Drang, you are an elegy written in a country churchyard.

Photos di Puella creativa, fanciulla a novant’anni. Sarò una briciola di stella che avrà ballato a lungo sulla tomba del “se fosse stato” ormai diventato “qui giace chi c’è”.

Chi non danza è perduto.

Pothos, che basta un vocalizzo e il Pathos si presta come sempre a donare l’avvio. È l’opera al nero, ogni volta che posso. È l’andare a fondo in ogni questione, fino all’osso, per sentire che cosa si cela dietro il segreto, nella più piccola menzogna, dentro la paglia della passione.

È appiccare il fuoco.

*Cito, è naturale, il grande James Hilman, “Saggi sul Puer”.

15./Q – QUADERNI

Ho ucciso decine di quaderni – agende abortite a maggio, declassate a lista della spesa con buona pace degli alberi. Dovrebbero arrestarmi per incostanza, mettere agli atti il mio delirio d’impotenza. Non so amare la mia calligrafia, perfezionista dalle male maniere, e son pirandelliana nella firma per uno o centomila versi di me stessa.
Appendice: il Visionario non limita gli strumenti per l’espressione immaginale del mondo interiore. Piuttosto, egli eviterà di acquistare un solo quaderno, dichiarandosi monoteista, e prediligerà fogli sparsi e foglie ottobrine al lucchetto di un diario segreto

16./R – RUBEDO

Il carro della Luna è il drago alato, la femmina congiunta al Sol redento. Nel mondo del novello Visionario si mescolano il fuoco con gli umori mattutini, rugiada e sangue amaro, vino rosso e pioggia fine, il sudore degli eroi, le lacrime delle regine.

Grida il Visionario: “La Pietra è quasi pronta! Dell’astro è pieno il ventre! L’argento già si unisce al Sol ormai crescente.” Rubedo è l’opera al rosso, la storia più bella, l’oro dei saggi, il figlio doppio, la festa degli opposti nella psiche di una stella.

17./S – SENTIMENTO

Non ti farò sconti a fine stagione
sputo del pesce soltanto una lisca
ma dell’esca che sfuggisti adirato
ti resta l’amo in gola ed è soltanto
per ridere che tra nuvole nere
in desquamazione superficiale
concedo a quel tuo Ego di credere
di essere io quella che ha fatto scacco.
La strada nel bosco, nel sacco prego
gli ori tesori colore prezioso
da mille e più anni tessuto addosso
pelle di cielo, là dove mi poso.

Il Visionario conosce le regole del sentimento ma non sa cosa siano i saldi.

18./T – TAGLIARE

A very very short film 🎥
A very very small thing 🌏
A woman on the train 🚂
A little human being 🚶🏻♀️
A cut in the railroad 🛤
A shot and a new code 🎞

What’s left of her now ⏰
is the knowledge of how 🌋

Il Visionario conosce la segnaletica delle uscite di sicurezza.

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Ph. Maura Banfo – io, in bozzolo

19./U -UCCIDERE

Tirannicidio, di Saturno – “a morte!” – perché divorò i propri figli; assorte le eroine accovacciate, le gesta degli eroi oltre le grate delle libere associazioni, in libido accesa e rinnovata, pulsioni non scevre dal giudizio di un certo grado, l’assoluzione.
Omicidi concordati con giurie di cognizioni, elementi discordanti riportati alle mansioni che in incognita d’inconscio le occasioni ripartiscano con l’Io e le illusioni.
Teratomorfismo giustapposto già smembrato qui sul posto in assemblaggio di assemblee ad ampio raggio, spettro di teriomorfologia delle fiabe, dei miti, dei sogni – la Bestia nei bisogni, i più profondi, atavici nemici, malefici mescolati in alambicco.
Ricco, il tripudio è degli alchimisti. Tristi, i vagiti della fiera morta ieri, rinata adesso.
Un preludio.

20./V – VALITUDINE/VALETUDO

La buona salute nel nome, la visione allo specchio, dentro la sfera. La quotidiana preghiera.
Il Visionario conosce la storia nascosta dentro ogni ruga, ed è consapevole della piega che una faccenda prende quando la vita se ne addossa la responsabilità.

21./Z – ZUCCHERINI

Estratti a caso, zollette di zucchero nel caffè, dall’amaro romanzo noir che uscirà nel marzo del 2018 per Golem Edizioni.

Il mio Visionario ha sbrogliato matasse, ha fatto la maglia con i neuroni, tessendo sinapsi e modi operativi: schizzi, tracce, linee, fogli sparsi, mezzi tecnologici. L’incredibile è esserci riusciti. Calcolando che il libro parla, tra le altre cose, di demenza, dipendenza e altre oscurità.

Estratto 1. – Cercheranno di rubare tutto di lui: ogni sguardo, ogni respiro. Vorranno cancellare i volti dentro le stesse fotografie che, esseri infingardi e malefici, gli somministrano ogni due o tre giorni. O forse si tratta di settimane, di mesi, di anni interi? Sperano di costringerlo a raccontare episodi che la sua mente ha già cancellato o che presto resetterà. Fanno il gioco sporco per attentare ai suoi soldi e al contempo s’infiltrano come veleno dentro il sangue che gli è rimasto a scorrere nelle vene, gli fanno assalti al cervello come piccoli gnomi bastardi. Desiderano carpire il segreto sepolto nel giardino abbandonato della sua anima. Un bel giorno, probabilmente, proveranno a staccare la spina per starsene lì a guardarlo boccheggiare, spettatori in prima fila a teatro, e poi rideranno, e infine batteranno le mani di fronte al suo corpo ormai immobile. Ne godranno in modo sadico, quando lui sarà diventato un manichino senza pile. Per concludere, lo getteranno in un angolo come un sacco di patate, a dire: “Ecco, quest’uomo si chiamava Arturo Colzi, ma oggi non è più niente.”.

Estratto 2. – Sin dalla prima volta che l’ha vista, l’ha trovata intrigante. Maurizio è figlio unico di un macellaio di Barriera di Milano, e da suo padre ha imparato a non temere la vista del sangue, dei muscoli, delle ossa e delle cartilagini animali. Quindi, per forza di cose, non si scompone nemmeno di fronte alle gambe martoriate della bionda, quando lei si mette le applicazioni al Centro Diurno, restando lì in mutande o calzoncini davanti a tutti, con Valentina che le urla di evitare di fare la scema e di andare a medicarsi in bagno. Doveva avere delle belle gambe, da ragazza. Garze, disinfettante, pus: nulla che turbi Maurizio. Niente di che. Che poi Cinzia, in fondo, gli ricorda un po’ Patty Bravo nel periodo d’oro, ma come se qualcuno l’avesse presa a mazzate in faccia, per dire.

Estratto 3. – Il suo corpo freme. Il sudore gli appiccica la maglia alla pelle. Fuori ha cominciato a piovere, mentre dentro la discoteca si muore di caldo. Le mani di Riccardo vanno a tentoni, tastano aree sempre più vaste di un altro corpo, sdraiato di fianco al suo: le gambe, le braccia di qualcuno che non ha la più pallida idea di chi sia. I peli su quel petto sconosciuto sono umidi e profumati, ma certamente l’odore umano nel buio è più acre e forte di quando la luce permette alle persone di utilizzare la vista. È un sentore selvatico, forse, ed è il grumo di emozioni che si provano tuffandosi dentro una “dark room”, sensazioni animali che ti portano alle stelle.

A presto.
Valeria Bianchi Mian

 

DIALOGHI CON LA BESTIA – a Torino – il 21 ottobre

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Ciò ch’era sangue e buio in una belva

crebbe in noi per farsi anima e si tende 

ancora a te, fatta anima, e ti chiama.

Rainer M. Rilke

 

Evento: https://www.facebook.com/events/177497942820173/?fref=ts

Dove: in Via Belfiore 19, 10125 a Torino

Quando: sabato 21 ottobre alle ore 18.30

Performance di teatro e poesia.
Di e con: Ivo De Palma e Valeria Bianchi Mian.

Percorso di narrazioni e versi attraverso il labirinto delle nostre comuni, umane, ataviche paure. Quando l’uomo e la (sua) Bestia si incontrano, l’Io può trarre luce dall’inconscio per conoscere i propri demoni senza fuggirli a gambe levate.

Un’opera ispirata a:

Robert Louis Stevenson
Franz Kafka
Herman Melville
Giorgio Caproni
Friedrich Dürrenmatt
Charles Perrault
(…)

favolesvelte@gmail.com

Ivo De Palma
doppiatore, insegnante di doppiaggio, attore
http://www.ivodepalma.it/

Valeria Bianchi Mian
psicoterapeuta, psicodrammatista, scrittrice
https://favolesvelte.wordpress.com/

IL VISIONARIO ILLUSTRATO – A/M

Il piccolo dizionario delle visioni di un animo errante tra le impressioni estetiche – e l’estasi delle sensazioni. Un pensatore intimista che, se lo si potesse definire ‘sentimentale’, dipingerebbe intingendo la penna direttamente nel sangue pompato dal cuore.

Il “Visionario illustrato” compare come appunti di viaggio, un album fotografico nel noto Social Network conosciuto come Faccia Libro.

Le illustrazioni inserite qui sono nuove tracce emerse dal magma nel quale ha casa il Visionario, pennellate che egli dedica all’autrice che lo invoca quotidianamente.

 

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LETTERE A/M

1./A. – ALCHIMISTA

Autunno è d’oro ma lo cerchi nella feccia, tra le foglie scomposte, i capelli al vento. Non conosco il nome d’ogni soffio che aggrovigli i piani e rimescoli le carte, eppure io sono cosciente del lento cadere di granelli di sabbia nella coppa.
Agrumi spaccano il colore previsto, così come i vermi pasteggiano tra le carni d’un sogno defunto. Ne fuoriescono grassi e lucenti, degni d’essere colti dal più bello tra gli uccelli.
Aspettami.
“Aurum nostrum non est aurum vulgi” – il nostro oro, fratello, non è la stessa brama che attanaglia il mondo. Lo trovi nelle cose maledette, nei pensieri cupi, oscuri, reietti.

2./B – BAGAGLIO

Una maglia di pelle, un pacchetto di dubbi, un saio, due fogli, il segno dei folli, il marchio dei saggi. Raccolgo una penna perduta nel sogno e traccio una piccola piazza – Silente io sono nel Sol in accordo. Mi scordo di prendere un treno, distratta dal Re dell’inganno – nascondo le note stridenti. Far tardi è il mio canto, del giorno mi spoglio – Do il La a ogni passo che porta il viandante al di là del dolore, oltre il cordoglio. Sono il frutto di Hermes, son Signora che viaggia con un cuore bagaglio.

3./C – CASA

Sono isba e corro su due zampe di gallina – la stufa al centro, fuochino, focolare, acqua, acqua (im)permanente.
Se tu non fossi leggermente magico, non potresti scovarmi; non ti sarebbe facile afferrare la cima. Inutile tirare in ballo un certo grado di nomadismo – così alla moda, così tanto “cheap and chic” – quando si tratta semplicemente delle mie centomila morti e d’altrettante resurrezioni.
Un, due, tre, nel camino brucio il Re. Quattro, cinque, sei, son ben cotti gli amori miei. Sette, otto, nove, ogni notte dentro i sogni alle prese con le prove. Dieci e poi ritorno a zero, oggi qui, domani c’ero.

 

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VBM/Lilith

 

4./D – DEMONE

Scrivevo – Demone è fuoco e tempere, ha voce da tenore, ha occhi enormi. Dopo le notti di incubi a infrarossi salta sul letto come un matto e vomita ideazioni continue, ruscelli colorati, fiumi in immagini che dovrei cogliere al volo.
Dio, se non avessi questo Io così pigro! Potrei incidere il flusso dentro i libri di carta carnale per non perdere nemmeno uno sguardo del mio Demone.
Vorrei diventare certosina per miniare testi con regole militaresche, organizzando con precisione l’onirica potenza satanassa.

6./E – EVOLUZIONE

Romeo canta per me l’anima viva, Dante narra moti d’affetto verso gli animali, Artù confessa gli antichi ideali, Cristo dichiara apertamente il valore del nome che porto. Lucifero sorride, ammettendo il mio ruolo in altalena tra icona e consigliera. Da quando ho preso i voti e mi sono fatta suono, ascolto una musica che va al di là del genere, riconoscendo il fratello che avevo perduto nell’anestesia del senso. Inquieta mescolanza umano-umano chiama la potenza del divino.

6./F – FEMMINA

Dell’essere androgino femmina, mercurialmente incompleta, l’errante mio spirito inquieto – penna – d’uccello che Ermete ha perduto – lemma – mancante alla bocca del muto. M’accendo per poco, mantengo il calore, se vedo che il gioco tu sai governare con anima degna del fuoco.

7./G – GIGANTESSA

Disegno una Eva più nera del mito, la Iside oscura alla guida del legno nel mare – di notte perduta. Traccio moderne fanciulle giganti che mordono mele succose al riflesso di rose lunari, tra capezzoli e rose ancor più carnali. Nera Madonna sdraiata seduce la stessa conquista dell’alba: è un dato di fatto, è questo il colore.
Se femmina re-sta re-gin(a)ecologica, solo la donna può renderla in sé un semplice atto d’amore, la riconoscenza del corpo che tra le sorelle si muove.

8./H – HOTEL

Il Visionario illustra con gusto, disegna sopra i tovaglioli nei bar, traccia con il gesso tratti di donna e i gangster uccisi negli hotel. Sogna di notte, abita il giorno e in testa a ogni istante gli squilla un cell, ma non è che lui stesso – è il Visionario – non è che la linea tra l’Es e il Self.

 

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VBN/Scrivere a colori

 

9./I – IMPROVVISAMENTE

Improvvisamente tutto cambia, poiché il Tutto è un briccone che muta a proprio piacimento (invece di avvisarti prima, affinché tu ti possa preparare). Eppure, a ben guardare, le avvisaglie del nuovo brillavano da anni tra i sassi come briciole di un metallo facilmente confondibile con la pirite. Non sei stata attenta, Eva – non hai voluto vedere, Adamo – e adesso ti ritrovi un rosso amore o un oscuro tumore, un’offerta di lavoro al Polo Nord o l’eredità di uno zio d’America, oppure – ancora – la casa svaligiata perché non hai mai fatto riparare quella porta. L’improvviso è il demone che coglie impreparati coloro che non si aspettano imprevisti e puntano sempre sull’Io, convinti di poter vincere ancora. Mentre il Visionario va vivendo, egli attende l’imprevisto aspettato. Si sorprende ma non si stupisce nel trovare in fondo a un taschino la parola chiave, la soluzione a un indovinello, il cerchio nero dei pirati messi a morte o la formula dell’oro.

10./L – LIBERA

La stanza è libera, per accoglierti meglio. Sei libera mente in viaggio. Non conosco il finale della tua storia e non mento affermando che la porta di questa stanza, il soffitto viola della canzone e le pareti che non ci sono più si spostano adesso un po’ più in là, come una nave, per aprirsi al vento e solcare l’oceano di fronte alla tua intenzione di sederti qui con me a riflettere sulla libertà che la rossa libido – energia creativa e vitale – offre agli uomini e alle donne in cambio del legame tra corpo e istinto, tra carne e senso

11./M – ME

Sono qui, in compagnia di me stessa – un istante che non può dirsi narcisista. Non è un momento uroborico, bensì fecondo – come solo la Terra autunnale sa essere. È adesso. È quando il Visionario, soddisfatto di se stesso, si accontenta – si fa contento. Egli gode il momento al profumo di caffè, il ritratto di quotidiane armonie, l’aroma di una musica che accende le fusa al gatto, uno schizzo in bianco e nero – a penna Bic.

VALERIA BIANCHI MIAN/2017 @vr

 

 

DUE POESIE PER UN GATTO – epitaffio coi baffi

Ogni volta che muore un gatto, gli umani ricordano la favola delle nove (o erano sette?) vite feline. Nella leggenda di fusa risorte i padroni amorevoli trovano conforto e coltivano fantasie di reiterate carezze. Ma cosa accade quando a noi poveri illusi arriva chiaro il sentimento della fine totale, definitiva appunto? Immaginare il proprio micio defunto impegnato in una caccia alle nuvole lassù, nei prati della vita eterna può essere una soluzione. Mummificare l’animale adorato è stata l’alternativa egizia che non disdegnerei io stessa, se ne avessi il coraggio. Le metropoli contemporanee offrono un servizio di cremazione con o senza consegna di ceneri da spargere nell’aere o da conservare sulla mensola come se il caro Oscar, Oliver, Poldo, Leo o – nel mio caso – Flebo (un nome adatto al carattere del soggetto, variazione di Phevos/Febo), giunto in aereo dalla città di Atene nel lontano 2004, non fosse più che un complemento d’arredo. Quel che è certo, dico io, è che nel profondo del nostro animo siamo in lutto, ed è un sentimento forte quasi o tanto quanto la tristezza e l’inquietudine che ci coglie quando a morire è uno di noi, un caro estinto.

Nei giorni trascorsi a coccolare il suddetto Flebo in agonia ho scritto qualche verso che raccolgo qui, nello stile della lamentazione funebre. A mo’ di epitaffio aggiungo il video di “Nove vite”, già edito in questo blog – video e immagini di Ivo De Palma con traduzione inglese dell’attore e doppiatore a partire dal mio testo, tratto da Favolesvelte di Golem Edzioni, 2016.

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I.

L’agonia troppo lenta
del gatto
io sto tra battute sarcastiche
degli umanoidi annoiati Social
e le ultime gocce
di pioggia
l’avvicinarsi del primo giorno
con l’astuccio nuovo
di mio figlio.

Non fa ridere la gente
in guerra
tra bianco e nero (il mondo
trema).
Barcolla un animale che soffre
così come oscilla ogni bandiera
oggi non è giornata ideale

per stendere i panni
tra l’Io e gli altri.

II.

Dal sedile posteriore
mia nonna
mi disse
“no, non è bene, bambina”
di fronte alle lacrime
per un cane
ché io non piangevo
per Alfredino
caduto dentro il pozzo
a Vermicino.
“Io volevo bene a Billy!”
risposi
ferita dalla sua indifferente
propensione alla regola ferrea
della tristezza sentimentalmente
scorretta
e di quella bene educata.
Non riesco a consolarmi per
un gatto
la cui morte mi riattiva altre morti
spalancando cassetti e sicurezze
nella banca rapinata del Tempo.

R.I.P. caro F.

Valeria/settembre 2017