IL VISIONARIO ILLUSTRATO – N/Z

Seconda e ultima parte de “Il Visionario illustrato dalla A alla Z”: dire, fare, baciare, lettera e testi di un animo errante.

Di Valeria Bianchi Mian/ALL RIGHTS RESERVED

12./N – NOISE (MUSIC FOR A NOTEBOOK)

N – Enne è la mia palindroma
ennesima giornata a Guernica
enne volte sto a rimaneggiare
lo sguardo d’umano demonico.
N – Enne il mio amore in eroma
disarmonie su carta di giornale
le madri africane in sala parto
e quella che muore anche a Torino.
N all’ennesima prepotenza
del dare luce alla prematura
donna bambina, Eva futura
mentre il respiro dell’im-permafrost
è saltare in aria nucleare
è cialtronaggine universale
è il mito Blade Runner nelle sale
– presente distopico tipico
miro all’eroe androgino androide.
Noise per un notebook, enne alla N
‘stridor di denti’ inferno terreno
ché io piango sempre dentro il caffè
giro le pagine e perdo il treno.

13./O – OSSESSIONI

Quando un’ossessione mi coglie preparata, l’accolgo per scoprire il regalo che mi porta. D’altronde il Visionario conosce la visione prismatica del senso in cinque sensi, e del sesto occhio aperto sulle nebbie che diradano soltanto se le osservi.
Quando un’ossessione mi batte nella mente, apro al desiderio un po’ invadente. Metto su il caffè e parlo non del niente ma del significato che nasconde il mio presente.

D’altronde il Visionario comprende la visione del film che sta scrivendo e a se stesso no, non mente.

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Ph. Maura Banfo – la mia mano

14./P – POTHOS

Photos di Pothos (che non è “foto” ma “nostalgia”). È il mio errare, un’elegia hillmaniana dalle mani rosse, l’errore dei petali strappati anzitempo, lo scatto impresso nella memoria.

Dentro mi porto un mare di “se fosse stato”.

Cerco di dimenticare, mi cerco, ché chi cerca, se c’era, si trova.

Se avessi frequentato un liceo artistico, anziché diplomarmi in lingue: di serpe, di donna, medicamentose lingue poetiche, Coleridge e Wordsworth – ‘words worth’, perché ne vale la pena e si ritorna al punto di partenza.

O vecchio, vecchio marinaio! Tiger, tiger, burning bright nel mio Sturm und Drang, you are an elegy written in a country churchyard.

Photos di Puella creativa, fanciulla a novant’anni. Sarò una briciola di stella che avrà ballato a lungo sulla tomba del “se fosse stato” ormai diventato “qui giace chi c’è”.

Chi non danza è perduto.

Pothos, che basta un vocalizzo e il Pathos si presta come sempre a donare l’avvio. È l’opera al nero, ogni volta che posso. È l’andare a fondo in ogni questione, fino all’osso, per sentire che cosa si cela dietro il segreto, nella più piccola menzogna, dentro la paglia della passione.

È appiccare il fuoco.

*Cito, è naturale, il grande James Hilman, “Saggi sul Puer”.

15./Q – QUADERNI

Ho ucciso decine di quaderni – agende abortite a maggio, declassate a lista della spesa con buona pace degli alberi. Dovrebbero arrestarmi per incostanza, mettere agli atti il mio delirio d’impotenza. Non so amare la mia calligrafia, perfezionista dalle male maniere, e son pirandelliana nella firma per uno o centomila versi di me stessa.
Appendice: il Visionario non limita gli strumenti per l’espressione immaginale del mondo interiore. Piuttosto, egli eviterà di acquistare un solo quaderno, dichiarandosi monoteista, e prediligerà fogli sparsi e foglie ottobrine al lucchetto di un diario segreto

16./R – RUBEDO

Il carro della Luna è il drago alato, la femmina congiunta al Sol redento. Nel mondo del novello Visionario si mescolano il fuoco con gli umori mattutini, rugiada e sangue amaro, vino rosso e pioggia fine, il sudore degli eroi, le lacrime delle regine.

Grida il Visionario: “La Pietra è quasi pronta! Dell’astro è pieno il ventre! L’argento già si unisce al Sol ormai crescente.” Rubedo è l’opera al rosso, la storia più bella, l’oro dei saggi, il figlio doppio, la festa degli opposti nella psiche di una stella.

17./S – SENTIMENTO

Non ti farò sconti a fine stagione
sputo del pesce soltanto una lisca
ma dell’esca che sfuggisti adirato
ti resta l’amo in gola ed è soltanto
per ridere che tra nuvole nere
in desquamazione superficiale
concedo a quel tuo Ego di credere
di essere io quella che ha fatto scacco.
La strada nel bosco, nel sacco prego
gli ori tesori colore prezioso
da mille e più anni tessuto addosso
pelle di cielo, là dove mi poso.

Il Visionario conosce le regole del sentimento ma non sa cosa siano i saldi.

18./T – TAGLIARE

A very very short film 🎥
A very very small thing 🌏
A woman on the train 🚂
A little human being 🚶🏻♀️
A cut in the railroad 🛤
A shot and a new code 🎞

What’s left of her now ⏰
is the knowledge of how 🌋

Il Visionario conosce la segnaletica delle uscite di sicurezza.

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Ph. Maura Banfo – io, in bozzolo

19./U -UCCIDERE

Tirannicidio, di Saturno – “a morte!” – perché divorò i propri figli; assorte le eroine accovacciate, le gesta degli eroi oltre le grate delle libere associazioni, in libido accesa e rinnovata, pulsioni non scevre dal giudizio di un certo grado, l’assoluzione.
Omicidi concordati con giurie di cognizioni, elementi discordanti riportati alle mansioni che in incognita d’inconscio le occasioni ripartiscano con l’Io e le illusioni.
Teratomorfismo giustapposto già smembrato qui sul posto in assemblaggio di assemblee ad ampio raggio, spettro di teriomorfologia delle fiabe, dei miti, dei sogni – la Bestia nei bisogni, i più profondi, atavici nemici, malefici mescolati in alambicco.
Ricco, il tripudio è degli alchimisti. Tristi, i vagiti della fiera morta ieri, rinata adesso.
Un preludio.

20./V – VALITUDINE/VALETUDO

La buona salute nel nome, la visione allo specchio, dentro la sfera. La quotidiana preghiera.
Il Visionario conosce la storia nascosta dentro ogni ruga, ed è consapevole della piega che una faccenda prende quando la vita se ne addossa la responsabilità.

21./Z – ZUCCHERINI

Estratti a caso, zollette di zucchero nel caffè, dall’amaro romanzo noir che uscirà nel marzo del 2018 per Golem Edizioni.

Il mio Visionario ha sbrogliato matasse, ha fatto la maglia con i neuroni, tessendo sinapsi e modi operativi: schizzi, tracce, linee, fogli sparsi, mezzi tecnologici. L’incredibile è esserci riusciti. Calcolando che il libro parla, tra le altre cose, di demenza, dipendenza e altre oscurità.

Estratto 1. – Cercheranno di rubare tutto di lui: ogni sguardo, ogni respiro. Vorranno cancellare i volti dentro le stesse fotografie che, esseri infingardi e malefici, gli somministrano ogni due o tre giorni. O forse si tratta di settimane, di mesi, di anni interi? Sperano di costringerlo a raccontare episodi che la sua mente ha già cancellato o che presto resetterà. Fanno il gioco sporco per attentare ai suoi soldi e al contempo s’infiltrano come veleno dentro il sangue che gli è rimasto a scorrere nelle vene, gli fanno assalti al cervello come piccoli gnomi bastardi. Desiderano carpire il segreto sepolto nel giardino abbandonato della sua anima. Un bel giorno, probabilmente, proveranno a staccare la spina per starsene lì a guardarlo boccheggiare, spettatori in prima fila a teatro, e poi rideranno, e infine batteranno le mani di fronte al suo corpo ormai immobile. Ne godranno in modo sadico, quando lui sarà diventato un manichino senza pile. Per concludere, lo getteranno in un angolo come un sacco di patate, a dire: “Ecco, quest’uomo si chiamava Arturo Colzi, ma oggi non è più niente.”.

Estratto 2. – Sin dalla prima volta che l’ha vista, l’ha trovata intrigante. Maurizio è figlio unico di un macellaio di Barriera di Milano, e da suo padre ha imparato a non temere la vista del sangue, dei muscoli, delle ossa e delle cartilagini animali. Quindi, per forza di cose, non si scompone nemmeno di fronte alle gambe martoriate della bionda, quando lei si mette le applicazioni al Centro Diurno, restando lì in mutande o calzoncini davanti a tutti, con Valentina che le urla di evitare di fare la scema e di andare a medicarsi in bagno. Doveva avere delle belle gambe, da ragazza. Garze, disinfettante, pus: nulla che turbi Maurizio. Niente di che. Che poi Cinzia, in fondo, gli ricorda un po’ Patty Bravo nel periodo d’oro, ma come se qualcuno l’avesse presa a mazzate in faccia, per dire.

Estratto 3. – Il suo corpo freme. Il sudore gli appiccica la maglia alla pelle. Fuori ha cominciato a piovere, mentre dentro la discoteca si muore di caldo. Le mani di Riccardo vanno a tentoni, tastano aree sempre più vaste di un altro corpo, sdraiato di fianco al suo: le gambe, le braccia di qualcuno che non ha la più pallida idea di chi sia. I peli su quel petto sconosciuto sono umidi e profumati, ma certamente l’odore umano nel buio è più acre e forte di quando la luce permette alle persone di utilizzare la vista. È un sentore selvatico, forse, ed è il grumo di emozioni che si provano tuffandosi dentro una “dark room”, sensazioni animali che ti portano alle stelle.

A presto.
Valeria Bianchi Mian

 

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DIALOGHI CON LA BESTIA – a Torino – il 21 ottobre

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Ciò ch’era sangue e buio in una belva

crebbe in noi per farsi anima e si tende 

ancora a te, fatta anima, e ti chiama.

Rainer M. Rilke

 

Evento: https://www.facebook.com/events/177497942820173/?fref=ts

Dove: in Via Belfiore 19, 10125 a Torino

Quando: sabato 21 ottobre alle ore 18.30

Performance di teatro e poesia.
Di e con: Ivo De Palma e Valeria Bianchi Mian.

Percorso di narrazioni e versi attraverso il labirinto delle nostre comuni, umane, ataviche paure. Quando l’uomo e la (sua) Bestia si incontrano, l’Io può trarre luce dall’inconscio per conoscere i propri demoni senza fuggirli a gambe levate.

Un’opera ispirata a:

Robert Louis Stevenson
Franz Kafka
Herman Melville
Giorgio Caproni
Friedrich Dürrenmatt
Charles Perrault
(…)

favolesvelte@gmail.com

Ivo De Palma
doppiatore, insegnante di doppiaggio, attore
http://www.ivodepalma.it/

Valeria Bianchi Mian
psicoterapeuta, psicodrammatista, scrittrice
https://favolesvelte.wordpress.com/

IL VISIONARIO ILLUSTRATO – A/M

Il piccolo dizionario delle visioni di un animo errante tra le impressioni estetiche – e l’estasi delle sensazioni. Un pensatore intimista che, se lo si potesse definire ‘sentimentale’, dipingerebbe intingendo la penna direttamente nel sangue pompato dal cuore.

Il “Visionario illustrato” compare come appunti di viaggio, un album fotografico nel noto Social Network conosciuto come Faccia Libro.

Le illustrazioni inserite qui sono nuove tracce emerse dal magma nel quale ha casa il Visionario, pennellate che egli dedica all’autrice che lo invoca quotidianamente.

 

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VBM/matite

 

LETTERE A/M

1./A. – ALCHIMISTA

Autunno è d’oro ma lo cerchi nella feccia, tra le foglie scomposte, i capelli al vento. Non conosco il nome d’ogni soffio che aggrovigli i piani e rimescoli le carte, eppure io sono cosciente del lento cadere di granelli di sabbia nella coppa.
Agrumi spaccano il colore previsto, così come i vermi pasteggiano tra le carni d’un sogno defunto. Ne fuoriescono grassi e lucenti, degni d’essere colti dal più bello tra gli uccelli.
Aspettami.
“Aurum nostrum non est aurum vulgi” – il nostro oro, fratello, non è la stessa brama che attanaglia il mondo. Lo trovi nelle cose maledette, nei pensieri cupi, oscuri, reietti.

2./B – BAGAGLIO

Una maglia di pelle, un pacchetto di dubbi, un saio, due fogli, il segno dei folli, il marchio dei saggi. Raccolgo una penna perduta nel sogno e traccio una piccola piazza – Silente io sono nel Sol in accordo. Mi scordo di prendere un treno, distratta dal Re dell’inganno – nascondo le note stridenti. Far tardi è il mio canto, del giorno mi spoglio – Do il La a ogni passo che porta il viandante al di là del dolore, oltre il cordoglio. Sono il frutto di Hermes, son Signora che viaggia con un cuore bagaglio.

3./C – CASA

Sono isba e corro su due zampe di gallina – la stufa al centro, fuochino, focolare, acqua, acqua (im)permanente.
Se tu non fossi leggermente magico, non potresti scovarmi; non ti sarebbe facile afferrare la cima. Inutile tirare in ballo un certo grado di nomadismo – così alla moda, così tanto “cheap and chic” – quando si tratta semplicemente delle mie centomila morti e d’altrettante resurrezioni.
Un, due, tre, nel camino brucio il Re. Quattro, cinque, sei, son ben cotti gli amori miei. Sette, otto, nove, ogni notte dentro i sogni alle prese con le prove. Dieci e poi ritorno a zero, oggi qui, domani c’ero.

 

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VBM/Lilith

 

4./D – DEMONE

Scrivevo – Demone è fuoco e tempere, ha voce da tenore, ha occhi enormi. Dopo le notti di incubi a infrarossi salta sul letto come un matto e vomita ideazioni continue, ruscelli colorati, fiumi in immagini che dovrei cogliere al volo.
Dio, se non avessi questo Io così pigro! Potrei incidere il flusso dentro i libri di carta carnale per non perdere nemmeno uno sguardo del mio Demone.
Vorrei diventare certosina per miniare testi con regole militaresche, organizzando con precisione l’onirica potenza satanassa.

6./E – EVOLUZIONE

Romeo canta per me l’anima viva, Dante narra moti d’affetto verso gli animali, Artù confessa gli antichi ideali, Cristo dichiara apertamente il valore del nome che porto. Lucifero sorride, ammettendo il mio ruolo in altalena tra icona e consigliera. Da quando ho preso i voti e mi sono fatta suono, ascolto una musica che va al di là del genere, riconoscendo il fratello che avevo perduto nell’anestesia del senso. Inquieta mescolanza umano-umano chiama la potenza del divino.

6./F – FEMMINA

Dell’essere androgino femmina, mercurialmente incompleta, l’errante mio spirito inquieto – penna – d’uccello che Ermete ha perduto – lemma – mancante alla bocca del muto. M’accendo per poco, mantengo il calore, se vedo che il gioco tu sai governare con anima degna del fuoco.

7./G – GIGANTESSA

Disegno una Eva più nera del mito, la Iside oscura alla guida del legno nel mare – di notte perduta. Traccio moderne fanciulle giganti che mordono mele succose al riflesso di rose lunari, tra capezzoli e rose ancor più carnali. Nera Madonna sdraiata seduce la stessa conquista dell’alba: è un dato di fatto, è questo il colore.
Se femmina re-sta re-gin(a)ecologica, solo la donna può renderla in sé un semplice atto d’amore, la riconoscenza del corpo che tra le sorelle si muove.

8./H – HOTEL

Il Visionario illustra con gusto, disegna sopra i tovaglioli nei bar, traccia con il gesso tratti di donna e i gangster uccisi negli hotel. Sogna di notte, abita il giorno e in testa a ogni istante gli squilla un cell, ma non è che lui stesso – è il Visionario – non è che la linea tra l’Es e il Self.

 

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VBN/Scrivere a colori

 

9./I – IMPROVVISAMENTE

Improvvisamente tutto cambia, poiché il Tutto è un briccone che muta a proprio piacimento (invece di avvisarti prima, affinché tu ti possa preparare). Eppure, a ben guardare, le avvisaglie del nuovo brillavano da anni tra i sassi come briciole di un metallo facilmente confondibile con la pirite. Non sei stata attenta, Eva – non hai voluto vedere, Adamo – e adesso ti ritrovi un rosso amore o un oscuro tumore, un’offerta di lavoro al Polo Nord o l’eredità di uno zio d’America, oppure – ancora – la casa svaligiata perché non hai mai fatto riparare quella porta. L’improvviso è il demone che coglie impreparati coloro che non si aspettano imprevisti e puntano sempre sull’Io, convinti di poter vincere ancora. Mentre il Visionario va vivendo, egli attende l’imprevisto aspettato. Si sorprende ma non si stupisce nel trovare in fondo a un taschino la parola chiave, la soluzione a un indovinello, il cerchio nero dei pirati messi a morte o la formula dell’oro.

10./L – LIBERA

La stanza è libera, per accoglierti meglio. Sei libera mente in viaggio. Non conosco il finale della tua storia e non mento affermando che la porta di questa stanza, il soffitto viola della canzone e le pareti che non ci sono più si spostano adesso un po’ più in là, come una nave, per aprirsi al vento e solcare l’oceano di fronte alla tua intenzione di sederti qui con me a riflettere sulla libertà che la rossa libido – energia creativa e vitale – offre agli uomini e alle donne in cambio del legame tra corpo e istinto, tra carne e senso

11./M – ME

Sono qui, in compagnia di me stessa – un istante che non può dirsi narcisista. Non è un momento uroborico, bensì fecondo – come solo la Terra autunnale sa essere. È adesso. È quando il Visionario, soddisfatto di se stesso, si accontenta – si fa contento. Egli gode il momento al profumo di caffè, il ritratto di quotidiane armonie, l’aroma di una musica che accende le fusa al gatto, uno schizzo in bianco e nero – a penna Bic.

VALERIA BIANCHI MIAN/2017 @vr

 

 

DUE POESIE PER UN GATTO – epitaffio coi baffi

Ogni volta che muore un gatto, gli umani ricordano la favola delle nove (o erano sette?) vite feline. Nella leggenda di fusa risorte i padroni amorevoli trovano conforto e coltivano fantasie di reiterate carezze. Ma cosa accade quando a noi poveri illusi arriva chiaro il sentimento della fine totale, definitiva appunto? Immaginare il proprio micio defunto impegnato in una caccia alle nuvole lassù, nei prati della vita eterna può essere una soluzione. Mummificare l’animale adorato è stata l’alternativa egizia che non disdegnerei io stessa, se ne avessi il coraggio. Le metropoli contemporanee offrono un servizio di cremazione con o senza consegna di ceneri da spargere nell’aere o da conservare sulla mensola come se il caro Oscar, Oliver, Poldo, Leo o – nel mio caso – Flebo (un nome adatto al carattere del soggetto, variazione di Phevos/Febo), giunto in aereo dalla città di Atene nel lontano 2004, non fosse più che un complemento d’arredo. Quel che è certo, dico io, è che nel profondo del nostro animo siamo in lutto, ed è un sentimento forte quasi o tanto quanto la tristezza e l’inquietudine che ci coglie quando a morire è uno di noi, un caro estinto.

Nei giorni trascorsi a coccolare il suddetto Flebo in agonia ho scritto qualche verso che raccolgo qui, nello stile della lamentazione funebre. A mo’ di epitaffio aggiungo il video di “Nove vite”, già edito in questo blog – video e immagini di Ivo De Palma con traduzione inglese dell’attore e doppiatore a partire dal mio testo, tratto da Favolesvelte di Golem Edzioni, 2016.

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I.

L’agonia troppo lenta
del gatto
io sto tra battute sarcastiche
degli umanoidi annoiati Social
e le ultime gocce
di pioggia
l’avvicinarsi del primo giorno
con l’astuccio nuovo
di mio figlio.

Non fa ridere la gente
in guerra
tra bianco e nero (il mondo
trema).
Barcolla un animale che soffre
così come oscilla ogni bandiera
oggi non è giornata ideale

per stendere i panni
tra l’Io e gli altri.

II.

Dal sedile posteriore
mia nonna
mi disse
“no, non è bene, bambina”
di fronte alle lacrime
per un cane
ché io non piangevo
per Alfredino
caduto dentro il pozzo
a Vermicino.
“Io volevo bene a Billy!”
risposi
ferita dalla sua indifferente
propensione alla regola ferrea
della tristezza sentimentalmente
scorretta
e di quella bene educata.
Non riesco a consolarmi per
un gatto
la cui morte mi riattiva altre morti
spalancando cassetti e sicurezze
nella banca rapinata del Tempo.

R.I.P. caro F.

Valeria/settembre 2017

 

THE BOYS OF SUMMER HAVE GONE – poetic/the end

Capitolo 2.

Ritorno, ricordo, riporto, ripenso, ribatto battaglie e titaniche gesta tra i corsi e i ricorsi di quella che è sempre la stessa storia. Succede l’autunno all’estate e l’inverno procede dal primo, finché -senza mezze misure – ripete la solfa di vita feconda il giovane figlio di Eos.

Rimando a novembre la mia tramontana – nel mentre recupero i tratti salienti del fare guerresco – per restare salda ho bisogno di niente.

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Ph. Luciano Borgna/me in august

Capitolo 3.

Del riflettere, del morire ogni giorno per godere del sole che sorge. Rimuovere la morte è oscillare tra fascinazione e rifiuto – la nostra società del macabro patinato, della violenza come sistema, della fine globale annunciata.

“La meditazione della morte è alternativa alla rimozione della morte” (Claudio Widmann).

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Capitolo 4.

Caduta dopo caduta – io canto Wild West Wind, Fall and Winter – gli angeli e i bambini sono sempre in grado di rialzarsi e non importa se, a lungo andare, preferiscono sfoggiare una certa conoscenza dell’inferno.

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Ph. Chiara Liverani 

Capitolo 5.

Dall’uovo procede l’Albedo, se il rosso non nego, se il sangue che vedo dipingere i giorni del mondo non lego nel nome del Padre, se spirito nella bottiglia non taccio – messaggio assoluto – sul fondo del mare, il santo mio senso perduto.

No Name/To be continued…

 

 

 

 

THE BOYS OF SUMMER HAVE GONE – poetica del ritorno a casa

Un tempo erano le fotografie delle vacanze, le diapositive da mostrare alla cena di rito. Gli amici radunati intorno al fuoco delle cose che io temevo non sarebbero più tornate, perché la nostalgia mi ha sempre fatto dei brutti scherzi, donandomi la facoltà di immaginare la morte ogni giorno. La mia, la tua, la vostra. Siamo già terminati tutti, uno dopo l’altro, ed è per queste reiterate fantasie macabre che da ragazzina ho davvero imparato a vivere con fervore e sentimento ogni attimo, stupita nel ritrovare la bellezza anche domani.

“L’anno prossimo avrai un’estate ancora più bella” – lei aveva i capelli rossi, una gran massa di ricci, e lentiggini sulla pelle. Non mi stava simpatica. Voleva fare la maestrina con me soltanto perché era più grande di sei anni e in qualità di ventitreenne credeva di avere il mondo in mano ma era sabbia – granelli tra le dita della rossa e delle mie.

Granelli che scivolano via. 

Dicono che le farfalle abbiano vita breve, ma io ho un rapporto privilegiato con i Lepidotteri. Mi chiamano, mi cercano, si posano spesso su di me. Si fanno trovare per un incontro al buio, oppure mi aspettano sul bagnasciuga, stracciate dalla mareggiata – le ali divelte, meravigliose anime tremanti come foglie eppure ancora desiderose di volare – perché io le raccolga e le tenga in mano nel tepore della morte. Le vedo, nonostante la miopia. Le sento, nonostante la mia mezza sordità. Non ditemi “stai prendendo questa faccenda un po’ troppo sul personale”, oppure “è un caso, non è una cosa certa”, perché vi assicuro che io e le farfalle, soprattutto quelle notturne, ci avviciniamo con delicatezza, senza giudizio, in percezione crepuscolare.

Conosco il fruscio del posarsi, lieve di un volatile sull’effimera bellezza – la meraviglia del fiore aperto al sole e dell’infanzia in atto. L’alchimia come mescolanza intrepida e sapiente di casualità, poiché incrocio non causale è la danza del “solve et coagula”. Una questione di istanti da cogliere con grazia – sapienza è l’attimo – poiché basta soltanto una piccola mossa, un’increspatura, e Mercurio è già altrove, è altrimenti, è altro da sé.

Passeggio tra gli ulivi – un esercito scomposto di cavalieri e la corte del re. Centinaia di anni di rughe, la mia stessa corteccia nei secoli dei secoli, il frutto che è fonte di un olio che ha foce nel capo divino, tra i riccioli d’oro di un Dio, tra il pane spezzato nel vino. Centinaia di anni di legno cresciuto in silenzio, strisciando nel senso di pace. È un legno che arde in me, brace.

Il volo e l’albero, uniti nel ritorno a casa.

Ulivi centenari a Cap Martin, France/august 2017

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Foto Luciano Borgna/io a Cap Martin/agosto 2017

 

 

 

FIGLIO – scritture poetiche per te

 

Raccolgo i pensieri sparsi tra gli stracci e sotto le lenzuola stese al sole in questo pomeriggio d’agosto. Sono minuscoli brani, quasi briciole di un dolce impastato con la sabbia.

Uno/Rime della merenda

Alla gran corte del Re Corteccia
arriva un elfo che vuole far breccia
nel cuore rosso della Principessa
ma nel salone c’è una gran ressa.
Savi e stolti sono stati sfortunati,
vedi i viandanti tutti preoccupati.
“Quella lì è davvero crudele creatura,
ben più crudele di Madre Natura!”
L’elfo, invece, chissà poi perché,
risolve gli enigmi che erano tre
indovina indovinelli come niente
e si fa largo tra i sovrani e la gente.
La Regina Corteccia batte le mani,
il Re brinda e beve coi suoi villani.
La Principessa, oh che stranezza,
è persino contenta, e la bellezza
quella sera splende tra una danza
e un canto perché l’amore…
in questa storia avanza.

Due/Il tuo compleanno

Diciotto agosto. Mi concedo un ricordo vagamente edipico ma lo faccio senza nostalgia, con la dolcezza di un abbraccio goduto. Ora tu sei in fase post-mamma. Tutto teso al papà cerchi nel maschio un maestro di getto d’alghe, un compagno di boxe, un istruttore di tutto, un modello da superare “io sono più forte” – lo sarai – e crei complicità “papino, papino, papiiiiiiiiino!” Poi torni, dici “vi voglio bene!”, poi di nuovo “papino” e via. Ecco il compito delle madri dei maschi: lasciare andare con gioia, essere qui e ora nel sentimento che diventa ritratti nel cuore.

Ricordo perfettamente gli istanti al rallentatore, la notte di sei anni fa in cui ho sentito che volevi uscire fuori da me per andare a cominciare la grande avventura che oggi ci vede partecipi della magia. Lillipuziani solchiamo le vie lattee e tra le comete studiamo nuove mete, non senza che io ti guidi mentre conduco me stessa a non perdere di vista il micro quando osservo il macro. E viceversa.

Tre/Luna Park

Cartoline dal cassetto, marziani sulla ruota, tu mi doni i colori che avevo non dico dimenticato ma riposto in naftalina tra i lecca-lecca e le corse d’estate. Tu mi riporti in voga il calcetto e l’altalena, perché non posso essere madre senza tornar bambina.

VBM

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I.

Ho avuto in dono un olfatto particolarmente attento ai dettagli, un naso capace di distinguere un certo profumo tra centinaia di odori – dunque colgo adesso quel che sarà “autunno”. Mi hanno regalato una mente abile nella tessitura e, poiché sono figlia delle figlie di Aracne, l’ho già detto, mi diletto a creare trame come se fosse il caso – ma è la cosa, la casa e non è il caos. Psiche si prepara, Eros sonnecchia. Lei cicaleggia, naturalmente, ma è solo per giocare il gioco dell’Olimpo sconsacrato. Ad Arianna hanno detto che lo sposo arriverà al tramonto per condurla nel mezzo di una notte stellata. Cadranno gli astri, tutti giù per terra, ma il dio anguicrinito e la filatrice di storie hanno già preso possesso del cuore.

II.

Tracciato bifamiliare. Matrimonio è incrocio di radici, genealogie in talea per nuovi approdi. Ridipingo il quadro di mio nonno, quello con la casa antica; ne rinfresco le stanze, tenute a lungo chiuse fuori dal mio affanno.
Il tavolaccio di legno sopra il quale il padre di tua madre preparava le composte e i salumi starebbe bene dentro la fucina, non trovi? Ce ne staremmo lì a guardare Efesto cuocere castagne mentre fuori piove e i funghi sono i doni del ricordo.

III.

Incrocio sulla strada una poiana
il falchetto nel bosco tra le felci
del capriolo, le orecchie sono all’erta.

Apre la porta il nume tutelare
nel prato la gazza con la ghiandaia
che “avi” è la prima sillaba alata
composto d’uccelli, senso dei cari.

Il paese tutto odora di latte
al pozzo andavano rei pellegrini.

“Guarda! È una falena d’oro, giunge
a far la traccia di storia futura.
Sembra che l’anima dei nostri morti
segua noi vivi negli avvenimenti.

Valeria BM – luglio e agosto 2017

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PENSOMBRE – vitAMORte

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22/07 è Maria Maddalena. Non è una festa di paese, non è un ballo. Educare i bambini alla spontaneità del vivere e del morire è facile, in quanto sono gli stessi bambini a insegnarci la spontaneità, se non tarpiamo loro le ali. “Ce l’hai il coraggio di guardare mia nonna?” domanda mio figlio all’amico più grande.

Non dirmi, per favore, auguri o condoglianze. Non era mia madre, eppure preferisco il tuo sorriso alle frasi di circostanza.

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La naturalezza dell’essere qui da tre giorni con il corpo di lei in casa. Vederlo mutare nei colori e nella grana, fino al punto in cui diventa spontaneo il chiudere gli occhi e la cassa. Dal paese alla città c’è un abisso. Il passaparola, la voce. Se capitasse a me di morire a Torino, verrebbero in tre a salutare i miei resti. Il sole è comparso non appena sono giunti gli uomini in grigio. Antracite, ametista, le more immature. Non entra nella stanza, il gatto. Mio figlio disegna pirati e indiani.

Ho scritto.

Mi piace pensarvi così, adesso. Vi penso insieme come nella foto in cui tu e lui siete in risonanza, ed è leggero il tocco della sua mano sopra la tua spalla. Ti sento aleggiare senza suono tra le stanze, mentre il corpo giace da ore nel legno, non più ricettivo allo sciabordio di voci, e la risacca di ieri e di domani, e le risate – a tratti – proprio come quando se ne andò lui dietro al vetro e tu perdesti il ritmo del respiro.
Mi piace pensarti presente ai discorsi tagliati a fettine di torta, e quel delicato fluire dei non detti tra la padella che volevi regalarmi e un paio di ciabatte che non ti posso più chiedere in prestito, che le ho dimenticate.
Mi piace sentire il dolore, adesso, sapendo che ogni lettera è stata scritta a comporre un arazzo di senso, non più taciuto, non più sporco d’acredine antica, mondato del segno d’ossesso possesso che fu d’ogni madre il perno della testimonianza.
Ti penso come l’ultima volta che insieme al caffè, il sole chiuso fuori dal tuo sguardo, hai lasciato accomodare la nostra vicinanza.

Ciao Adri,
grazie.

Che il viaggio ti sia sempre lieve,
adesso.

A mia suocera.

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